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lunedì 9 settembre 2013

L'apocalisse sta nei dettagli

Frank Schätzing ha studiato e ci tiene a farcelo sapere. Il suo eco-thriller catastrofista Il quinto giorno è infarcito di informazioni scientifiche dettagliate, che spaziano dal comportamento delle balene alla struttura degli idrati di metano subacquei, dall'ingegneria delle torri di trivellazione al funzionamento dei satelliti. Questo perché il buon Frank sceglie di far crescere la tensione dell'imminente minaccia attraverso i tanti segnali anomali che scienziati da diverse parti del mondo rilevano. C'è poco di hollywoodiano in questa scelta, perché laddove sarebbe bastato dire "ehi, balene, orche e caravelle portoghesi attaccano l'uomo, mentre strani vermi fanno strane cose sui fondali", Frank sceglie di evitare climax facili ma spesso grezzi e irreali, preferendo raccontare il lento ma costante accumularsi dei dati, con gente che si emoziona per un'analisi di laboratorio o per una simulazione al computer.
Problema Numero Uno: ogni tanto gli scappa la mano e il flusso di informazioni diventa una slavina di info-dumping, della quale a volte si farebbe anche a meno. Ciò non impedisce al libro di catturare l'attenzione, di costruire un crescendo di tensione avvincente intorno a dei protagonisti solidi e credibili, con la loro onesta dose di conflitti interiori e rapporti umani da gestire. E se durante la lettura buona parte dei comprimari si confonderanno in un grumo nebbioso di nomi e competenze, poco importa, andate avanti, che drammi ed emozioni sono assicurati. Ecco infatti che dall'emergenza si arriva alla reazione, molte strade finalmente si incontrano e si comincia a comprendere la sconvolgente verità, dopodiché si procede inesorabilmente verso la soluzione del conflitto.
E si incappa nel Problema Numero Due.
Infatti, dopo aver resistito per ottocento pagine, Frank alla fine cede e Hollywood irrompe di peso nella storia. Intendiamoci, non che ciò sia un male a prescindere, ma dopo aver sviluppato un dramma planetario costruito su un'impalcatura complessa e sofisticata, risolvere il tutto a colpi di azione e stereotipi non è proprio il massimo. C'è quello che deve redimersi, quello che "amico, non ti lascio qui", i brutti militari americani, quello che crepa pensando alla sua casa sul lago e via dicendo. E poi gli inconvenienti all'ultimo secondo - dal motore che non parte al passaggio che si blocca -, sacrifico ed eroismo, buoni e cattivi. Una brusca virata che costringe a semplificare le soluzioni e, dopo tutto 'sto casino, era lecito aspettarsi un escamotage un po' meno banale per salvare il mondo. Ciò non toglie che Il quinto giorno sia un librone ben fatto, scritto con uno stile forse un po' anonimo ma funzionale e scorrevole, con buoni dialoghi e buoni personaggi, e parecchio ben documentato. Pure troppo.

Contro la dittatura dei geni

Cosa determina il nostro aspetto fisico? Cosa definisce il nostro maggiore o minore livello di intelligenza? Cosa influisce sul nostro comportamento, sui nostri gusti sessuali, sulle nostre probabilità di successo nella società? Secondo molti, la risposta a queste domande è sempre la stessa: i geni.
Il travolgente successo della genetica ha reso il gene un paradigma dominante non solo nella biologia moderna ma anche nell’immaginario collettivo, un paradigma secondo il quale nell’informazione genetica è contenuto tutto ciò che definisce gli esseri viventi – e quindi anche l’uomo – dal punto di vista fisico e comportamentale. Negli ultimi decenni è emerso un pensiero gene-centrico forte, una metafisica determinista alla quale, per dirla con le parole di Bertrand Jordan, biologo molecolare, «non aderiscono solo i giornali e i giornalisti, che quasi ogni giorno ci propongono l’identificazione di un qualche gene che, in modo del tutto improbabile, governerebbe i nostri caratteri più complessi e i nostri comportamenti più personali. A questa metafisica aderiscono, spesso, anche alcuni uomini di scienza. E persino qualche biologo». Jordan scriveva queste parole in un libro dal titolo significativo, Gli impostori della genetica, ma già una decina di anni prima c’era stato chi si era scagliato contro il determinismo genetico. Si tratta del genetista Richard Lewontin, classe 1929, uno dei pionieri della genetica delle popolazioni e dell’evoluzione molecolare, autore di un libro breve e intenso, anch’esso dal titolo estremamente significativo, Biologia come ideologia, edito in Italia da Bollati Boringhieri.
Nel 1990, Lewontin venne invitato a tenere le Massey Lectures, delle lezioni radiofoniche che ogni anno, per una settimana, vengono organizzate in Canada su temi politici, culturali e filosofici. Da quel ciclo di discorsi nacque in seguito questo libro.
Due sono i binari su cui si muove la critica di Lewontin. Il primo è quello scientifico; il genetista americano spiega come il determinismo genetico sia basato su ipotesi deboli, dal momento che già negli anni ‘90 si sapeva che l’informazione contenuta nel genoma non era “il” linguaggio della vita bensì “uno dei” linguaggi della vita. Durante la formazione di un individuo, dall’uovo fecondato all’adulto, i processi di sviluppo embrionale e i fattori ambientali possono infatti interferire con l’attività dei geni, spegnendoli e attivandoli. In più, gli stessi prodotti dei geni, le proteine, possono a loro volta agire sull’espressione genica, modificandola. Risulta dunque chiaro che il gene non è la “molecola capo” che siede in cima a una gerarchia biologica, bensì un elemento integrato in un sistema complesso, che influenza ed è a sua volta influenzato dagli elementi che lo circondano.
Lewontin prosegue allargando il campo e andando ad affrontare il tema della sociobiologia, una corrente della sociologia secondo la quale esistono geni per ogni forma di comportamento sociale, dalla religiosità all’intraprendenza, dal dominio sessuale alla xenofobia, geni che quindi dovranno passare il filtro della selezione naturale per guadagnarsi un posto al sole nella società. Se i geni determinano gli individui e gli individui determinano la società, ne consegue che i geni determinano la società. Una società la cui fissità e le cui gerarchie sarebbero dunque “giustificate” dalla natura biologica delle sue componenti individuali. E allora, «se tre miliardi di anni di evoluzione ci hanno resi quel che siamo, crediamo davvero che un centinaio di giorni di rivoluzione ci cambieranno?», chiede provocatoriamente Lewontin.
Alla dimensione sociale del determinismo genetico il genetista americano dedica le pagine più polemiche. Secondo lui, il pilastro su cui si regge questa visione distorta della biologia è la falsa distinzione fra individuo e ambiente e, più in generale, fra interno ed esterno. Una distinzione che porta a isolare le singole componenti di un sistema, sia esso biologico o sociale, creando l’illusione che queste unità individuali e autonome determinino con assoluta certezza le proprietà dell’insieme, biologico o sociale, in cui si riuniscono. Una distinzione che non considera come le interazioni reciproche fra le singole componenti possano far sì che proprietà inesistenti a livello individuale emergano poi nel passaggio al livello di gruppo. L’origine di questo riduzionismo esclusivo ed estremo è associata, secondo Lewontin, al passaggio dalla società feudale, priva com’era di libertà individuale, a quella capitalista e iper-competitiva. «Questa concezione individualistica del mondo biologico,» scrive infatti l’autore, «è semplicemente un riflesso delle ideologie rivoluzionarie borghesi del secolo XVIII che collocarono l’individuo al centro di ogni cosa». La scienza non è un’entità superiore e distaccata ma un’istituzione sociale immersa nella realtà del proprio tempo, che influenza e dalla quale è influenzata, secondo quel principio di interattività che è alla base del pensiero del genetista di Harvard.
Dal punto di vista stilistico, Lewontin ha scelto, come lui stesso racconta nell’introduzione, di mantenere i toni discorsivi della radio. Scelta efficace dal punto di vista comunicativo, poiché contribuisce a tenere alto il ritmo e a non smorzare la forza polemica del testo, ma che costituisce anche il suo tallone di Achille. Certi passaggi – come quello sulla tubercolosi e le sue vere cause – vengono infatti affrontati con una rapidità che potrebbe disorientare, e talvolta anche disturbare, più di un lettore. Si potrebbe obiettare che l’importante è dare stimoli e spunti per una discussione critica del problema, il che è vero, ma ciò smaschera il secondo difetto del libro, e cioè la scarsità della sua bibliografia. Un maggior numero di riferimenti aiuterebbe infatti il lettore ad approfondire i temi, tanti, che Lewontin tira in ballo.

Si tratta di due difetti tutto sommato secondari, che non intaccano la forza del pensiero del genetista di Harvard. Che piacciano o no, le sue critiche smascherano questioni reali e attualissime anche a vent’anni di distanza, il che rende questo libro una lettura necessaria, per ricordarci quei problemi che né la società né tantomeno la scienza possono permettersi di trascurare.

giovedì 5 settembre 2013

Il futuro immaginato che ci racconta il nostro presente

Fu nel maggio del 1942 che si sentì parlare per la prima volta della Fondazione. In quella data, infatti, la rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction pubblicava un racconto intitolato proprio Fondazione, firmato da un certo Isaac Asimov. Ne seguirono altri, sette per la precisione, che insieme a un ottavo mai uscito sulla rivista furono raccolti in tre libri – Fondazione (1951), Fondazione e Impero (1952) e Seconda Fondazione (1953) – che divennero rapidamente una pietra miliare della fantascienza.

La storia narrata nella trilogia si dipana su un arco temporale di poco meno di 400 anni, seguendo le vicende che ruotano intorno al crollo dell’Impero Galattico e al periodo di decadenza che ne deriva. Una colossale crisi che però era stata prevista da qualcuno; si tratta di Hari Seldon, il massimo esperto di una disciplina scientifica nota come psicostoriografia, che consente di analizzare matematicamente le variabili politiche, sociali ed economiche al punto da poterle addirittura predire. Sapendo che nessun governante prenderà sul serio le sue previsioni, Seldon inizia a predisporre delle contromisure per fronteggiare l’imminente disastro. Lo scienziato sa benissimo di non poter fermare il crollo dell’Impero ma è convinto di poter ridurre la successiva barbarie salvaguardando il sapere scientifico. A questo scopo, istituisce due Fondazioni, poste ai due estremi della Galassia. Saranno proprio queste due Fondazioni le vere protagoniste della trilogia; soprattutto la prima, poiché l’esistenza della seconda rimane un mistero per gran parte della storia.

Già solo leggendo la trama si capisce come la fantascienza di Asimov fosse, in un certo senso, fuori dagli schemi: invece di parlare di alieni e viaggi nell’ignoto, che ai tempi andavano per la maggiore, lo scrittore americano di origini russe preferì raccontare vicende politiche e sociali, in buona parte caratterizzate da una certa verosimiglianza scientifica. Non bisogna infatti dimenticare che Asimov era laureato in chimica ed eccelleva nella divulgazione, ambito per il quale addirittura abbandonò quasi completamente la narrativa fra il 1960 e il 1970. Un particolare, questo, di cui è importante tenere conto quando si valuta il suo stile, estremamente asciutto e lineare, a volte fin troppo. Asimov voleva soprattutto farsi capire. Poco interessato all’azione, preferiva dare spazio alla storia, in un fluire di eventi e personaggi che però, di tanto in tanto, risulta essere troppo rapido. Ciò è soprattutto vero nel primo libro, che racconta l’espansione della Prima Fondazione, dove l’evidente natura a puntate del romanzo fa sì che l’avvicendarsi dei suoi primi eroi e delle loro vicende non sempre dia tempo al lettore di affezionarsi ad alcuni di essi. Nei due libri successivi lo scorrere della narrazione rallenta, consentendo un maggiore approfondimento. Non a caso, alcuno dei personaggi più interessanti – come Bayta, il Mule, Pritcher, Arcady – entrano in scena a partire da qui. Ciò non toglie che la maggior attenzione che Asimov dedica allo scorrere degli eventi contribuisca a dare l’idea del grande macchinario della Storia, che avanza lungo un percorso sul quale i singoli individui hanno spesso poca occasione di intervenire.

Questo percorso è stato però previsto da Seldon, seppure in maniera probabilistica, il che l’ha portato a elaborare un piano che consentisse alle Fondazioni di sopravvivere agli inevitabili scossoni cui la Storia le sottoporrà. L’invenzione della psicostoriografia si rivela una delle intuizioni più felici di Asimov, che tira fuori dal cilindro un potente spunto narrativo in grado di combinare la solidità e la credibilità di un approccio scientifico rigoroso con l’elemento profetico che richiama l’epica della mitologia. Non a caso, nel corso della storia, la scienza della Fondazione arriverà a essere percepita come una forza sovrannaturale e i suoi studiosi come temibili maghi, da parte degli abitanti di altri pianeti, travolti da una decadenza non solo politica ed economica ma anche culturale e scientifica. Come non sorridere di fronte all’immagine dei tecnici della Fondazione, venerati come sacerdoti e, in quanto tali, unici detentori dei segreti dell’energia atomica? Questo artificio consente ad Asimov di muoversi su più binari narrativi, innestando elementi di generi diversi – poliziesco, spy story, thriller politico, avventura e addirittura romanzo distopico – sulla struttura di un classico della sci-fi come la space opera.

Ma la psicostoriografia, per quanto basata su rigorose formule matematiche, ha ovviamente i suoi limiti. Per esempio, funziona solo quando applicata a popolazioni umane estremamente numerose. Inoltre, la stragrande maggioranza di queste popolazioni deve essere all’oscuro delle sue predizioni. Ma soprattutto, essa non può prevedere il comportamento dei singoli individui. Un problema ben spiegato da Bayta Darell, eroina del secondo libro: “Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.” È proprio nel secondo libro che il pericolo rappresentato dalle variazioni individuali si scatena: compare infatti sulla scena il Mule, un mutante dotato di grandi poteri, in grado di controllare l’emotività delle persone. Di fronte a un singolo caso così eccezionale, il Piano Seldon rischia di sfaldarsi. Difficile non vedere, nell’ascesa del Mule, la rappresentazione del dittatore che affascina le masse e stravolge il corso della storia; i capitoli dedicati al gerarca mutante furono pubblicati come racconti nel 1945.

Per frenare lo strapotere del Mule dovrà entrare in campo la Seconda Fondazione, fino a quel momento rimasta nell’ombra. A essa è dedicato il terzo libro della trilogia, dove si assiste a un deciso cambio nei toni e nelle atmosfere; la Seconda Fondazione, infatti, non è in grado di imporsi grazie alla superiorità scientifico-industriale come la Prima, ma si è concentrata sullo sviluppo della psicologia e delle arti del controllo mentale. Grazie al suo intervento il Mule viene fermato ma ciò suscita l’attenzione della Prima Fondazione, la cui consapevolezza dell’esistenza della gemella, sperduta chissà dove nella Galassia, diventa un problema per il Piano Seldon. Lo scontro fra le due Fondazioni, con la Prima desiderosa di liberarsi dell’onnipresente influenza della Seconda, è gestito da Asimov come una serrata partita a scacchi, immersa in un clima di paranoia e sospetto dove nessuno è più davvero sicuro non solo delle intenzioni di chi ha vicino, ma neanche delle proprie. La visione positivista della storia di Asimov rivela così le sue zone d’ombra, poiché il prezzo da pagare per la salvaguardia del Piano Seldon è la limitazione della libertà individuale.


La Trilogia della Fondazione è dunque un eccellente esempio di letteratura nella quale l’intrattenimento si sposa con affascinanti speculazioni sociologiche e tecnologiche. Asimov sa catturare il lettore con diversi espedienti narrativi, principalmente colpi di scena, caratteristici di molta letteratura di evasione, ma sa anche lasciar trasparire profonde riflessioni sul ruolo della scienza nella società senza mai diventare didascalico. Sebbene criticato per uno stile considerato letterariamente scarno, Asimov rientra in quella categoria di scrittori che, con asciutta semplicità, ha saputo creare storie dotate di più piani di lettura, in grado al tempo stesso di intrattenere e di far riflettere.

Questa recensione la trovate anche qui.

giovedì 18 marzo 2010

L’evoluzione della forma non dipende molto da quali geni hai, ma da come li usi

Trattandosi di un libro divulgativo, chi già lavora nel campo dell’evo-devo potrebbe non trovare molto utile Infinite forme bellissime. Diverso il discorso per chi, invece, si avvicina al tema da profano o per chi abbia già delle basi di biologia dello sviluppo o di biologia evolutiva; in tal caso queste pagine potranno essere un ottimo punto di partenza per l’esplorazione. Carroll tratta argomenti complessi con efficace semplicità e li condisce con una buona visione d’insieme e una bella dose di passione, riuscendo a trasmettere l’importanza assunta da questo nuovo approccio nell’ambito degli studi sul come e sul quando gli organismi viventi si evolvono.

mercoledì 23 settembre 2009

Le leggi naturali sono lo sfondo su cui si inserisce la ricchezza imprevedibile dei particolari

Si parla di evoluzione nell'Introduzione alla filosofia della biologia, e se ne parla perchè quella evoluzionistica sta diventando sempre più una chiave di lettura fondamentale per le scienze biologiche.
Pievani ci offre una panoramica completa delle diverse teorie, senza nascondere il suo essere critico nei confronti del riduzionismo gene-centrico e dell'ortodossia adattazionista, sottolinea l'importanza dell'approccio "storico" e ricorda le grandi tematiche che la biologia evoluzionistica affronta: il concetto naturale di progresso, l'esistenza di un "progetto", il rapporto fra forme e funzioni in natura, il ruolo giocato dai geni e dall'ambiente, la connessione fra evoluzione del singolo e della specie.

venerdì 21 agosto 2009

La fioritura degli idioti

Ma pensa, non sapevo che l'omeopatia potesse anche servire contro AIDS e tubercolosi.
Se non fosse per quei maledetti scienziati, che prima di farti usare un farmaco vogliono prima testarlo, ora tutti potremmo salvarci con sani e naturali principi attivi. Il mondo sarebbe più verde e bello. Ma che volete, quelli sono mercenari delle corporazioni.
Maledetti scienziati.
Viva l'omeopatia, viva la vita.

Greylines

domenica 2 agosto 2009

Divulgazione con qualche falla

L'evoluzione a fumetti si legge tutto d'un fiato e offre un buona panoramica sui concetti di base della teoria di Darwin, sulla sua "evoluzione" e sulle controversie con i creazionisti. Peccato però che risolva la fondamentale disputa fra l'ultradarwinismo riduzionista di Dawkins e il postdarwinismo di Gould e Eldredge parlando solo del primo e ignorando i secondi. Peccato anche per i disegni, che han poco da spartire coi fumetti, sono piuttosto brutti e raramente funzionali a chiarire il concetto spiegato.
Come punto di partenza ci può stare, poi però meglio rivolgersi altrove per colmare certe grosse lacune.

Greylines

giovedì 4 giugno 2009

La macchina delle credenze

Perchè il nostro cervello sembra "specificamente progettato per fraintendere il darwinismo"? In Nati per credere si parte da questa domanda e si giunge ad ipotizzare che le religioni siano un incredibile effetto secondario di quello che potremmo definire il nostro 'animismo innato'. Si parla di distinzione fra oggetti animati e inanimati, dei rapporti fra emisferi cerebrali, del concetto di intenzionalità, della controintuitiva razionalità della natura. Il grande merito dei tre autori è quello di voler comprendere e spiegare, liberi da pregiudizi ideologici e senza la spocchia di chi vuole soltanto demolire le credenze altrui.



Greylines

mercoledì 8 aprile 2009

Babbo Natale è un simbolo, non un amico

Macchè mistica e spiritualità! Per un devoto fedele, a livello di reazioni cerebrali, parlare con dio è come parlare con un amico; questa la scoperta di un gruppo di scienziati danesi. "Attenzione," avvertono i ricercatori, "ciò non significa che sia vero il contrario."
Brutte notizie anche per chi crede in Babbo Natale, considerato dai devoti fedeli nulla più che un simbolo inventato. Avere a propria disposizione l'ufficio stampa della Coca-Cola non gli ha giovato molto.

Greylines

domenica 29 marzo 2009

Abbozzi di evoluzione

A tratti appena accennato e poco chiaro, l'abbozzo della teoria sull'origine delle specie è la parte meno scorrevole del libro. Seguono alcune lettere private e la comunicazione congiunta del 1858 di Darwin e Wallace, entrambi giunti a simili conclusioni su genesi delle varietà e selezione naturale, alla Linnean Society.
Un testo non indispensabile per comprendere la teoria dell'evoluzione ma interessante dal punto di vista storico e umano: è infatti affascinante cogliere il lento "evolversi" di quelle teorie che hanno rivoluzionato la biologia - e non solo - attraverso le parole di chi le ha elaborate dopo anni e anni di studi, osservazioni e dubbi, non solo scientifici ma anche religiosi.

Greylines

giovedì 5 febbraio 2009

Forme del divenire

Minelli racconta con passione e fluidità storia e motivi di un incontro, quello fra biologia evoluzionistica e biologia dello sviluppo, che culmina nella nuova disciplina dell'Evo-Devo. Il cambiamento di prospettiva e il superamento di vecchi schemi sono il cuore di un libro che ci insegna ad esplorare un mondo - il nostro - liberi da zavorre concettuali come, ad esempio, quella del finalismo intelligente.

Greylines

sabato 24 gennaio 2009

Il male avanza... solo Ratzi può fermarlo

Settimana frizzante per la Chiesa, impegnata su più fronti:

1) Dopo aver nominato Gesù Cristo più di quanto non faccia il papa e aver giurato sulla Bibbia, Barack Obama ha ripristinato i finanziamenti statali alle Ong di pianificazione familiare che promuovono l'aborto e ha aperto alla ricerca sulle staminali embrionali sostenuta dallo stato (e non solo dai privati, come aveva imposto Bush).
Il Vaticano ha accolto la notizia col consueto garbo. Qui l'intervista al sempre pacato arcivescovo Fisichella.
Ci sono un paio di passi che meritano di essere sottolineati:

"[i temi etici] vanno affrontati con grande prudenza e non con l'arroganza di chi si crede nel giusto."
Parlava di Obama o del papa?

"In tutto il mondo gli scienziati spiegano che la ricerca sulle staminali adulte funziona mentre quella sulle embrionali non va da nessuna parte."
Potrei entrare nel merito per dimostrare che Fisichella ha sparato una cazzata di considerevoli dimensioni ma è inutile: la sua è propaganda, della realtà delle cose non gliene importa una beneamata fava.

2) Così parlò Severino Poletto, arcivescovo di Torino, nell'invitare all'obiezione di coscienza i medici sul caso Eluana: "La legge di Dio prevale su quella dell'uomo."
Guai ad insinuare che questa visione è più adatta ad una teocrazia che a una democrazia.
Meno male che la Chiesa non è arrogante come Obama.


3) Il Pastore Tedesco ha revocato la scomunica sui lefebvriani in nome dell'unità della Chiesa. Poco importa se il simpatico Richard Williamson, uno dei quattro vescovi ordinati dal ribelle Lefebvre, se ne fosse uscito con una negazione dell'Olocausto in perfetto stile Ahmadinejad.
Riammesso anche lui nella Grande Famiglia.

Greylines

venerdì 24 ottobre 2008

Protesta sì, protesta no... la terra dei cachi

La protesta contro la legge 133 mi ha indotto a fare un salto su Tocqueville per tastare il polso della situazione vista da chi ha opinioni diverse dalle mie. Pur essendo di sinistra mi sono spesso dissociato dalle prese di posizione puramente ideologiche perchè una cazzata è tale a prescindere dal colore politico ma quando leggo certe considerazioni sullo stato della pubblica istruzione fatte da chi ritiene di essere obiettivo e in realtà non fa che ripetere slogan di partito (accusando gli altri di fare lo stesso) mi cascano le palle. Si parla, ad esempio, di pochi facinorosi studenti con la kefia al collo - questo è un dettaglio che ripetono tutti - che impediscono a tutti gli altri di seguire le lezioni. Si parla di okkupazioni rosse. Si parla di insegnamenti universitari di pessima qualità che quindi giustificherebbero i tagli. Si parla di ricerca utile solo se finalizzata a brevetti e applicazioni pratiche nel breve periodo. Si parla del proliferare delle facoltà. Si parla dei baroni.
Ma:
1. io lavoro in università e non ho ancora visto studenti cui sia stato impedito di fare lezione;
2. ci sarà un motivo se i ricercatori italiani sono così apprezzati all'estero a livello di preparazione. Anche questo giustifica i tagli alla spesa?
3. finanziare solo la ricerca applicata dimenticando quella di base è una delle cazzate più colossali che si possano fare. Spessissimo i risvolti applicativi di molte scoperte non erano prevedibili ma per fortuna c'è qualcuno che si è cimentato comunque. Senza la ricerca curiosity driven non si va da nessuna parte;
4. la proliferazione delle sedi universitarie era stata bloccata già dal precedente ministro (uno dei pochi interventi decenti in quest'ambito).
5. nelle università esistono i raccomandati (ehi, l'acqua calda!) quindi è giusto tagliare. Seguendo la stessa logica allora dovremmo applicare la stessa soluzione in tutti i settori, a partire dalle industrie feudali fino ad arrivare alla... ehm... politica (scroscio di risate). Se c'è un problema la soluzione non è tagliare ma riformare. Ma riformare vuol dire fare fatica, meglio tagliare e poi minacciare di mandare i poliziotti.
Ecco, appunto, i poliziotti.
E poi s'incazza se gli si dà del dittatore.

Greylines

PS: il mio sogno? Che l'istruzione, a tutti i livelli, venga finalmente affrontata senza ideologismi. Basta con certe proteste di sessantottina memoria che esplodono quando si sente parlare di voto di condotta o di selezione basata sul merito. A è più bravo di B? A va avanti e B no.
Ma basta anche con la rivalsa della destra verso un settore che da sempre vota a sinistra, basta con le solite storie sui pochi studenti che rovinano le lezioni a tutti, basta con certe visioni beceramente materialistiche che considerano utili cultura e ricerca solo se finalizzate alla produzione economica.

venerdì 17 ottobre 2008

Il Papa e la scienza

"La scienza non è in grado di elaborare principi etici", ammonisce il Papa. "Io sì", ha poi aggiunto, "quindi finitela di masturbarvi e di fornicare e versate l'otto per mille che le nuove babbucce di Prada mi aspettano."
Sostiene anche, il Santo Padre, che la scienza priva di fede diventa spesso arrogante e si lascia guidare da facili guadagni. In effetti conosco parecchi scienziati più ricchi e arroganti di lui.
Ah già, dimenticavo, lui è la voce di dio in terra. Lui può.

Greylines

domenica 21 settembre 2008

Perle di saggezza

"Se il risultato conferma le ipotesi, allora hai appena fatto una misura. Se il risultato è contrario alle ipotesi, allora hai fatto una scoperta."

Enrico Fermi

mercoledì 10 settembre 2008

Il Grande Botto e le Grandi Stronzate

Scrive Francesco Merlo che "se non fossero fanatici della fine del mondo, [...] i nostri scienziati non avrebbero creato l'appuntamento odierno con l'Apocalisse." 
E se l'Apocalisse non ci sarà cosa dirà Francesco Merlo? Ammetterà di aver sparato una cazzata cosmica? Naah, dirà che la sua era solo ironia*.
Poco dopo Merlo aggiunge: "insomma oggi 10 settembre 2008 abbiamo la prova finale che la scienza è il prodotto del suo contrario e che il progresso scientifico è fatto più di buio che di luce."
Quale sarebbe questa prova finale? Forse la convinzione di Merlo che la scienza sia più dannosa che utile?
I casi sono due, o io non ho capito il senso di questo simpatico editoriale oppure c'è qualcuno che prima di scrivere farebbe bene a collegare il cervellino.
Ma esiste anche una terza ipotesi, e cioè che ci sia qualcuno che scrive cazzate sapendo che sono cazzate ma sapendo anche che una cazzata ben confezionata può venir presa come una dichiarazione intelligente e può condizionare le opinioni di chi legge.

Greylines

(*) per fare dell'ironia bisognerebbe esserne capaci...