martedì 20 settembre 2011

Lo Spielberg d’Oriente colpisce ancora.


È palese che per Tsui Hark la coerenza di una trama e la sua spettacolarità siano destinate a una convivenza poco pacifica. Siccome lui si gasa parecchio per la seconda, va da sé che si fa pochi problemi a sacrificare la prima, se necessario. Il che ci può stare per certi film, ma se vuoi raccontare una storia investigativa allora io do peso ai dettagli, e se quei dettagli sono confusi e non sempre curati allora ci sta che mi venga da storcere il naso. Sull’ambientazione di Detective Dee niente da dire se non “bravo”: questa Antica Cina molto wuxia e con spruzzate di fantasy funziona, e pure i personaggi sono interessanti. A metà film, però, fra calci, pugni e robe strane non si capisce più tanto bene chi sta con chi e chi ce l’ha con chi e via dicendo. Forse che Tsui Hark vuole farci capire che la faccenda è incasinata? O magari era troppo preso dall’ennesima piroetta con fendente laterale multiplo per dedicarsi a quisquilie come la narrazione? Nel finale, Dee sventa il piano del cattivone, che però riesce lo stesso solo per permettere a Dee di sventarlo di nuovo con un eroico intervento sul filo del rasoio, per poi propinarci il discorsone ispirato finale, dal che capiamo che la morale del film è la brutta copia di questo.
Alla fine si resta con la sensazione che qualche acrobazia di meno e qualche sforzo in più a livello di trama avrebbero evitato a Detective Dee di fermarsi alla categoria “carino, però…” 

lunedì 19 settembre 2011

Non per far di tutta la merda un fascio, ma...

Dice che quelli di sinistra sono presuntuosi che si credono superiori, sempre pronti a fare i professorini con il mignolino alzato, con i loro maglioncini di cachemire e le loro pipe in radica, sempre a dare lezioni di morale e via dicendo.
Dice che a sinistra rubano come a destra (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul numero degli inquisiti, sull’entità delle mazzette e, soprattutto, sulle diverse reazioni che di là e di qua si hanno una volta colti con le mani nella marmellata. Ma siccome è lunedì, facciamo che rimandiamo), che han poco da insegnare, che almeno Silvio è schietto e non si nasconde, che è buono e aiuta le persone, che è un perseguitato, che non c'è niente di male a svagarsi un po' e basta che poi rimetto la colazione.
Per carità, presunzione e arroganza non mancano dalle nostre parti, e la convinzione che gli elettori di Silvio o siano beoti o amino parcheggiare in doppia fila è, purtroppo, parecchio diffusa. Sono il primo a non sopportare chi pensa di avere la verità in tasca e si comporta di conseguenza.
Poi però si sentono robe del genere e di colpo mi ricordo che, sì, sono superiore e non solo non mi vergogno di ammetterlo, ma me ne bullo pure.

venerdì 2 settembre 2011

Piccoli mutanti crescono


Per dio se va veloce, X-men – First class. Corre a perdifiato, ansioso di arrivare al dunque e la fretta, si sa, non sempre aiuta nel creare la giusta tensione narrativa. Di contro, va detto che il film intrattiene e diverte senza annoiare, e l’idea di ambientare il tutto durante la crisi dei missili di Cuba non è male. Se poi si guarda agli attori, non ci si può che complimentare per la scelta di Michael Fassbender per il ruolo del giovane e incazzato Erik Lensherr, indiscusso protagonista del film. A tenergli testa, nei panni di Charles Xavier, un James McAvoy un po’ troppo frivolo ma tutto sommato convincente e un Kevin Bacon preso bene dal suo ruolo di villain. Ah, c’è pure una divertente comparsata di Hugh Jackman.
Ovviamente gli autori si sono presi alcune libertà rispetto ai personaggi originali ma, come sempre, lamentarsi della non perfetta corrispondenza fra film e fumetto è poco più di una perdita di tempo. Quel che conta è che alla fine, benché lontano dalla prima trilogia dedicata ai mutanti, X-men – First class sia comunque un discreto film, di certo superiore al suo discutibile predecessore.

lunedì 29 agosto 2011

Si parla di draghi, ma a danzare sono gli uomini

Vi aspettavate che in A dance with dragons si risolvessero un po’ di sotto-trame? E invece no! Anzi, Martin butta nella mischia un nuovo pretendente al trono, ritarda incontri molto attesi, fa indugiare personaggi, semina nuovi dubbi e rispolvera vecchie conoscenze. E siccome ogni storia vera è anche fatta di tempi morti, dubbi e tentennamenti, Martin sceglie di raccontarci pure questi.
È un bene o un male? Questione di gusti. Quel che è certo è che la capacità di Martin di entrare sotto la pelle dei personaggi, mettendone a nudo desideri, debolezze e fragilità, è magistrale. Più empatia che epica, insomma; una scelta tanto ambiziosa quanto difficile poiché il rischio di deragliare – perdendosi in troppe divagazioni, colpi di scena e via dicendo – è altissimo. La ricompensa però può essere grande, poiché è chiaro che The song of ice and fire ha ormai travalicato i confini della classica saga fantasy: con tutto il suo parlare di draghi e profezie, Martin ci sta in realtà raccontando l’uomo. E, per dio, lo fa splendidamente.

martedì 21 giugno 2011

E questo è solo l’inizio

Il primo giro di giostra è finito e in tanti non vorrebbero scendere, ancora carichi di adrenalina. Solida e drammatica introduzione alle trame e alle atmosfere del mondo creato da Martin, sporco e brutale come il Medioevo cui è ispirato, questa prima stagione di Game of Thrones si è chiusa con un intenso crescendo, culminante in una delle scene più attese dai fan. Un’attesa non delusa, che non fa che confermare l’alto livello della produzione targata HBO. Tolti i pochissimi elementi magici, simbolicamente antitetici – i White Walkers venuti dal freddo in apertura e i draghi nati dal fuoco nel finale – rimane il crudo realismo di una saga nella quale neanche il più classico dei protagonisti è al sicuro. Strepitoso il cast, con Peter Dinklage e Michelle Fairley una spanna sopra tutti senza però scordarsi di Sean Bean e Maise Williams, e di notevoli seconde file del calibro di Iain Glein e Jerome Flynn.
Continuare su questo livello non sarà semplice, soprattutto a causa delle spese destinate a crescere – i draghi, i meta-lupi che crescono, le battaglie – ma l’ottimo lavoro fatto finora lascia ben sperare.

giovedì 2 giugno 2011

Quando la leggerezza si inceppa

Lascia l’amaro in bocca questa raccolta di racconti di Schmitt. Ci si chiede dove sia finita quella grande capacità – di cui l’autore francese aveva dato ampia prova in altre occasioni – di rovistare a fondo nell’animo dei propri personaggi fino a portare a galla la complessità, e al tempo stesso la semplicità, dei loro sentimenti.
La scrittura di Schmitt è pulita e scorrevole, d’accordo, e alcuni racconti sono interessanti.”Carini”, verrebbe da dire. È sullo stile, però, che casca l’asino. Invece di far trasparire gli stati d’animo dei personaggi attraverso quei dialoghi serrati e intensi che sa scrivere, l’autore francese decide di spiegare per filo e per segno cosa avviene nella loro testa. Il tono si fa didascalico, troppo esplicito e per niente allusivo, e le situazioni diventano prevedibili, a volte fastidiosamente caricaturali. Stupisce poi che proprio il racconto che dà il titolo al libro, e che nasce dal film che l’autore ha diretto, sia il più banale di tutti.
Un libro leggibile, insomma, senza aspettarsi troppo, per poi dimenticarlo in fretta.

sabato 9 aprile 2011

Viaggio nel cuore del petrolio

Martin Klein viene spedito dall’Ente nel cuore dell’Africa per occuparsi di alcuni pozzi petroliferi, in una zona resa pericolosa dalla presenza di banditi e ribelli, viene rapito e sulle sue tracce viene mandato un “esperto” che dovrà risalire un fiume cupo e antico in cerca di un uomo addentratosi troppo a fondo nel famigerato cuore di tenebra. Il capolavoro di Conrad, di cui Delta blues è una cover dichiarata, incedeva lento e volutamente pesante nel descrivere la decomposizione dell’ordine di una società che andava a confrontarsi con il proprio lato oscuro; il nuovo romanzo dei Kai Zen, al contrario, va troppo di fretta, senza dare il tempo di respirare appieno la cupa atmosfera della vicenda. Passate le prime cento pagine, il libro si fa più solido e interessante: il ritmo rallenta, tranne alcune lampi di violenza ben descritti, fino ad arrivare a un finale che non può non essere crudo, ma che concede spazio a un ottimismo credibile e non ingenuo.
Nonostante i difetti – una certa incostanza narrativa e uno stile pulito ma anche a rischio monotonia – Delta blues riesce ad essere una discreta lettura, ben documentata e in grado di denunciare senza scivolare in facilonerie fanatiche e toni apocalittici.