sabato 7 novembre 2009

Disintegro una nuvola, mi mantiene in forma

È possibile fare un film pacifista privo di retorica e ingenuità, visceralmente e satiricamente comico ma mai superficiale, veloce e senza sbavature, ricco di trovate geniali e, soprattutto, con un finale azzeccato?
Sì, è possibile, basta inventarsi la storia di un’unità di hippie-psico-guerrieri autonominatisi cavalieri jedi, reclutare un cast della madonna – Clooney e Bridges sono meravigliosi – e affidare il tutto a un regista esordiente/sceneggiatore affermato. E poi aggiungere la proverbiale ciliegina sulla torta.
La capra.

lunedì 2 novembre 2009

L’Apocalisse è già qui

Graphic novel tutta italiana, United we stand racconta un futuro pericolosamente vicino, segnato dalla guerra cino-americana e, in Italia, dal primo colpo di stato dell’era repubblicana; lo fa con efficacia e intensità, creando un’atmosfera credibile e trascinando fin da subito il lettore nel cuore degli eventi. Pochi personaggi ma ben tratteggiati, ritmo serrato, inquadrature cinematografiche e una sceneggiatura solida ben mescolata con la storia italiana più cupa e contemporanea. Cosa chiedere di più?
Ma il progetto non si limita a questo: da tenere d’occhio il sito.

Senza mezze misure: o ti diverti o ti fa schifo

The Spirit è grezzo e volgare, un baraccone surreale che spesso esagera e non fa nessuno sforzo per andare al di là dello schema “pupe & cazzotti”. All’inizio sembra la brutta copia di Sin City, una sorta di caricatura mal riuscita; poi però entra in scena Samuel L. Jackson, sempre più a suo agio quando si tratta di sguazzare in certi ruoli, e dà il giusto tono al film. Ora samurai, ora gerarca nazista, ora scienziato pazzo, ora tamarro impellicciato, il buon Samuel ruba la scena a tutti, riuscendo quasi (quasi) ad adombrare la parata di fighe presenti, a parte forse lei*.
Il ritmo incalzante e un protagonista tutto sommato decente fanno il resto.
Abbassate le aspettative e godetevi la giostra.

* Per chi non l’avesse riconosciuta da questa angolatura, si tratta di Eva Mendes.

venerdì 30 ottobre 2009

Ringraziamenti

A chi mi ha dato una possibilità...
Alle cose nascoste, a quelle segrete e a quelle introvabili...
A chi mi ha regalato complicità e intimità...
A chi mi chiede “quanti ne hai uccisi oggi?”...
A chi è fashion victim, ma con ironia...
A chi sa capire senza troppe spiegazioni...
A chi spara sentenze...
A chi, tutto sommato, qualche pregio ce l’ha...
A chi apprezza il cinismo...
A chi ha un sorriso aperto...
A chi non ce l’ha ma fa lo stesso...
A chi ascolta Alanis e Frank...
A chi conosce tutti i negozi di Pavia...
A chi è generoso...
A chi è in grado di sostenere discorsi assurdi...
A chi mi ha spinto a “darci dentro”...
A chi apprezza un certo tipo di ignoranza...
A chi è insostituibile...
A chi ha le ali...
A chi mi legge e mi leggerà...
A chi mi critica e mi criticherà...
A chi contrabbanda cioccolato e plutonio...
A chi alle 17 inizia a sclerare...
A chi scodinzola e salta per delle briciole di pane...
A chi ha creduto in me...
A chi ancora si ostina a non farlo...
Alle linee grigie...
A chi non sa chi è Steve Nash...
A chi, col proprio cattivo esempio, mi ha mostrato cosa non fare...
A chi non può fare a meno di sviscerare...
A chi mette l’anello al dito e attacca le scarpe al chiodo...
Al canto dell’emigrante...
A chi mi ha insegnato ad essere una faccia di merda...
Alle (antiche) colonne portanti di una squadra...
A chi ha talento nello scaricare barili...
A chi – nonostante tutto – ci mette passione...
A chi fa bella mostra di sé sull’armadio dei fotoritocchi...
A chi spera in un American Airlines (o in un Anna Kournikova)...
A chi dice troppi “grazie”...
A tutti coloro che passano con scioltezza dalla palla a spicchi al tavolo di un pub...
A chi ha avuto la pazienza di spiegarmi certe cose, e poi di spiegarmele ancora, e ancora...
Alle variazioni enigmatiche...
To whom who always speak in slang coz it’s better (ehi mate)...
A chi ha viaggiato sul Nairobi-Mogadiscio...
A tutti coloro che insieme a me si invasano immaginandosi eroi o bastardi...
A tutti i tronisti (non quelli di Maria)...
A chi sa ascoltare...
A chi mi ha messo al mondo e ancora non se n’è pentito...

mercoledì 28 ottobre 2009

Donne, nuvole colombe e tè

Più che un vero e proprio wuxiapian, La battaglia dei Tre Regni è un film militare ricco di duelli acrobatici. Il suo bello non sono tanto le imponenti scene di massa o i tizi che fanno le madonnate falciando nemici come fuscelli (tutte cose comunque apprezzabilissime), quanto il fatto che riesce a raccontare con grande efficacia la strategia, in perfetto stile Arte della Guerra: alla fine le donne, le nuvole e il tè peseranno di più sull’esito finale che non le truppe, le spade, gli eroi. Un buon film, insomma, nonostante un montaggio un pò confusionario e una gestione dei personaggi a tratti discutibile.
Bella la scena della colomba, marchio di fabbrica di John Woo.

P.S.: solita polemica: se il titolo originale era Red Cliff, tradurlo con Le Scogliere Rosse faceva davvero tanto schifo?

Bastavano tre minuti...

Verso la fine del primo Underworld veniva raccontata in tre minuti l’origine della faida fra licantropi e vampiri: il licantropo Lucien e la vampira Sonia si amano, lei resta incinta e suo padre, il cattivissimo Viktor, la uccide davanti agli occhi di lui che poi guiderà la rivolta dei propri simili. Underworld, Rise of the Lycans racconta la stessa storia ma ci mette un’ora e mezza. Lo fa senza ritmo né passione, senza aggiungere nulla alla saga e infarcendo una trama, già di suo esile, di piccole e grandi assurdità. Come se non bastasse mi hanno anche tolto Kate Beckinsale, decisamente più figa di Rhona Mitra benché a livello recitativo di differenze non se ne notino.
Ergo, Underworld, Rise of the Lycans è un film inutile.

venerdì 16 ottobre 2009

Le cose non succedono per un motivo, Hap. Succedono e basta

Basterebbe la superficie, zeppa di violenza, cinismo e spassosi scambi di battute, a rendere Capitani oltraggiosi un libro di quelli che si leggono con piacere. Ma sotto questa superficie c’è ben di più: c’è l’imperfetta umanità dei personaggi, le cui scelte dipendono più dalla loro natura che dalla volontà dello scrittore, che pare quasi che li abbia creati per poi vedere come se la cavavano da soli. Su tutto c’è anche il fatto che Lansdale non solo è un fottuto maestro nello scrivere ma è anche dannatamente bravo a incastrare gli eventi in una storia mai troppo complicata ma neanche noiosamente lineare e prevedibile.
Splendido libro.