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lunedì 29 agosto 2011

Si parla di draghi, ma a danzare sono gli uomini

Vi aspettavate che in A dance with dragons si risolvessero un po’ di sotto-trame? E invece no! Anzi, Martin butta nella mischia un nuovo pretendente al trono, ritarda incontri molto attesi, fa indugiare personaggi, semina nuovi dubbi e rispolvera vecchie conoscenze. E siccome ogni storia vera è anche fatta di tempi morti, dubbi e tentennamenti, Martin sceglie di raccontarci pure questi.
È un bene o un male? Questione di gusti. Quel che è certo è che la capacità di Martin di entrare sotto la pelle dei personaggi, mettendone a nudo desideri, debolezze e fragilità, è magistrale. Più empatia che epica, insomma; una scelta tanto ambiziosa quanto difficile poiché il rischio di deragliare – perdendosi in troppe divagazioni, colpi di scena e via dicendo – è altissimo. La ricompensa però può essere grande, poiché è chiaro che The song of ice and fire ha ormai travalicato i confini della classica saga fantasy: con tutto il suo parlare di draghi e profezie, Martin ci sta in realtà raccontando l’uomo. E, per dio, lo fa splendidamente.

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